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Riforma PAC 2004, politiche di qualità e produzioni sementiere

Pubblicato il 11 marzo 2004 in: pacpac e sementiproduzione e commercio sementi

Premessa

Le scelte che il nostro paese deve compiere entro il 1° agosto 2004 per l’applicazione della riforma PAC adottata nel corso del 2003, coinvolgono direttamente la produzione sementiera nei seguenti tre settori:

il frumento duro;
il riso;
le foraggere.

Con questo documento l’AIS – Associazione Italiana Sementi, si propone di presentare la posizione dell’industria sementiera italiana da essa rappresentata, sottolineando sia gli aspetti produttivi ed economici legati alla produzione sementiera, quanto il ruolo svolto dalle sementi certificate nella realizzazione e nella difesa di una politica di qualità.

L’impiego di sementi certificate permette infatti di:

  • portare avanti una concreta ed incisiva politica di qualità (vedere ad esempio l’aiuto supplementare al grano duro legato in Italia fin dal 1993 all’uso di seme certificato ed il nuovo premio di qualità di 40 €/ettaro, anch’esso collegato all’uso di seme certificato);
  • sostenere indirettamente la ricerca ed il progresso varietale in quel determinato settore, elementi non trascurabili per tutelare la produttività e valorizzare ulteriormente la qualità ed il legame territoriale delle produzioni;
  • salvaguardare la professionalità e le strutture non solo delle aziende sementiere, ma anche degli agricoltori moltiplicatori, così come di mantenere a coltura importanti superfici destinate alla produzione del seme certificato;
  • assicurare la tracciabilità/rintracciabilità delle produzioni, che non può che avere origine dall’uso di sementi certificate.

Il frumento duro ed il disaccoppiamento parziale dell’aiuto supplementare

Il regolamento CE n. 1782/2003 di riforma della PAC, prevede la possibilità di applicare il disaccoppiamento parziale nel settore dei seminativi, con la facoltà di mantenere legata alla produzione l’erogazione del 40% del premio supplementare per i produttori di frumento duro delle aree tradizionali o, in alternativa, il 25% del premio di tutti i seminativi.

Ricordiamo che la facoltà dell’accoppiamento del 40% dell’aiuto per il frumento duro venne acquisita con il compromesso del giugno 2003 grazie, in particolare, all’impegno manifestato a difesa del grano duro dai rappresentanti italiani e, in prima persona, dal nostro Ministro.
Coerentemente con tale orientamento e con una scelta a suo giudizio realmente a difesa della produzione e degli interessi italiani, AIS si esprime decisamente a favore della opzione di mantenere legato alla produzione il 40% del premio supplementare per il frumento duro.

Infatti, qualora prevalesse la scelta di disaccoppiare al 100% tale aiuto:

la superficie investita in Italia a frumento duro subirebbe una notevole contrazione, stimabile nell’ordine di 500.000 - 800.000 di ettari, rendendo ancora più deficitaria la produzione del nostro paese, rispetto alle esigenze dell’industria pastaria.

L’effetto di questa prevedibile riduzione di superficie, legata al passaggio in alcune delle zone tradizionali degli agricoltori a colture più produttive e tecnicamente meno impegnative (orzo, frumento tenero, proteiche) o, ancora più probabile, a colture che necessitano di minori investimenti (prati, prati-pascolo ecc...), potrebbe essere forse in parte contenuta, a livello di produzione complessiva, da una parziale migrazione della coltura del frumento duro verso le regioni centro-settentrionali, chiaramente più produttive. Questo però eleverebbe notevolmente i costi industriali per il reperimento della materia prima in luoghi distanti dalla localizzazione degli impianti. Una ulteriore contrazione di superficie al centro-sud è inoltre prevedibile in relazione all’adozione nel tempo di misure agroambientali, con l’eventuale obbligo di rotazioni più ampie;

il nuovo premio per la qualità di 40 €/ettaro, legato alla coltivazione di determinate varietà di alta qualità per la fabbricazione di paste alimentari ed all’impiego di semente certificata, comunque di per sé insufficiente, verrebbe ad essere del tutto vanificato, senza l’effetto trainante dovuto all’accoppiamento di parte dell’aiuto supplementare alla coltura;

senza l’accoppiamento di parte dell’aiuto supplementare e senza un concreto supporto all’obbligo di impiegare semente certificata, la produzione sementiera verrebbe pertanto ad essere drasticamente ridimensionata;
Vengono attualmente destinati alla moltiplicazione di sementi di frumento duro nel nostro paese circa 170.000 ettari di superficie, con una produzione certificata di sementi corrispondente all’incirca a 420.000 t. Una quota di questa produzione, 10-20.000 t ogni anno, viene esportata verso gli altri paesi del bacino mediterraneo. Questa esportazione è cresciuta negli ultimi anni anche grazie alle nuove varietà costituite dalla ricerca italiana, la quale ha trovato impulso nell’introduzione dell’obbligo di utilizzo di seme certificato.
Il totale disaccoppiamento dell’aiuto al frumento duro riporterebbe in breve tempo alla situazione dei primi anni ’90, quando la moltiplicazione di seme di frumento duro interessava circa 50-60.000 ettari, con una produzione certificata di 11-12.000 t di prodotto. In quegli anni il tasso di impiego di seme certificato non arrivava al 35%, mentre oggi è invece prossimo al 100%.
Poiche la certificazione sementiera è legata al rispetto della successione genealogica e ad una preventiva programmazione di almeno due-tre anni delle produzioni, l’eventuale scelta del disaccoppiamento totale dell’aiuto causerebbe un danno immediato inimmaginabile alle aziende sementiere, che hanno in essere investimenti ed impegni con gli agricoltori. Per la produzione 2004 le ditte sementiere hanno sottoscritto contratti di moltiplicazione con gli agricoltori per oltre 160.000 ettari, di cui 26.000 circa per la produzione di seme tecnico e di base destinato alla rimonta negli anni successivi.
Inoltre, senza l’impiego di semente certificata diventerebbe più difficile la gestione della raccolta e degli ammassi delle produzioni ottenute, la possibilità di una ordinata commercializzazione e l’implementazione della tracciabilità/rintracciabilità.
Al crollo della produzione e dell’utilizzo di semente certificata, conseguirebbe inoltre anche il ridimensionamento dell’attività di ricerca e di costituzione di nuove varietà, che in questo settore vede ancora primeggiare il nostro paese, con il rischio di perdere capacità e abilità importanti nel controllo della coltura, a vantaggio di altre realtà;

si avrebbe una disponibilità nazionale di frumento duro nettamente più scarsa di quella attuale, peraltro di qualità più scadente, ovvero più difficilmente controllabile. Ciò potrebbe mettere in grossa difficoltà l’industria semoliera e pastaria italiana, obbligandola a rivolgersi sempre di più all’estero e sminuendo così la tipica connotazione italiana del prodotto commercializzato.

In sintesi, a giudizio dell’AIS una scelta verso il disaccoppiamento totale dell’aiuto al frumento duro non favorirebbe in alcun modo il mondo agricolo, dal punto di vista della salvaguardia di una produzione primaria e del mantenimento in coltura di importanti aree del nostro paese; danneggerebbe invece in modo incontestabile l’approvvigionamento dell’industria pastaria nazionale; limiterebbe o vanificherebbe gli strumenti a disposizione per continuare a portare avanti una politica di qualità.
AIS pertanto invita ad adottare la scelta dell’accoppiamento alla produzione del 40% dell’aiuto supplementare al frumento duro, con la conferma dell’obbligo d’impiego di semente certificata per poterne beneficiare.

L’aiuto alle sementi certificate di riso e di foraggere

Un’altra scelta che il nostro paese è tenuto a fare è quella relativa agli aiuti alle sementi certificate di riso e di foraggere, aiuti che secondo il regime attuale – disciplinato dal regolamento CE n. 2358/71 – vengono erogati agli agricoltori moltiplicatori di sementi sulla base del quantitativo prodotto e regolarmente certificato.
Mentre la proposta iniziale della Commissione prevedeva di disaccoppiare ed inserire nel premio unico aziendale pure questo aiuto, il compromesso del Consiglio del 26 giugno 2003 – anche in questo caso accettando quanto chiesto dai rappresentanti e dal Ministro italiano – ha introdotto la facoltà per gli Stati membri di mantenerlo totalmente accoppiato alla produzione.

Disaccoppiare l’aiuto spettante alle sementi certificate significherebbe, in generale, per la produzione del nostro paese:

  • concedere un beneficio in base al periodo storico di riferimento che favorirebbe unicamente l’agricoltore-moltiplicatore, in quanto liberato da qualsiasi obbligo di moltiplicare seme;
  • costringere l’azienda sementiera che volesse continuare a produrre sementi in Italia, senza più l’aiuto legato alla produzione, a sostenere maggiori costi;
  • penalizzare di conseguenza l’agricoltore acquirente/utilizzatore di sementi certificate, causa il loro maggiore costo, con una immediata contrazione nel consumo di sementi certificate;
  • spingere le aziende sementiere, per limitare i costi, a trasferire le produzioni in altri paesi più competitivi. Ciò sarebbe ad esempio molto facile con le sementi di foraggere. Nel contempo, potrebbero divenire ancora più convenienti le sementi importate dai paesi terzi, sottraendo ulteriori possibilità produttive al nostro paese;
  • favorire la diffusione sul mercato di sementi non controllate e certificate, con il rischio che emergano problemi fitosanitari ed agronomici, così come che si diffondano pratiche non razionali, chiaramente in contrasto con le politiche di qualità che sono possibili grazie all’impiego di sementi certificate;
  • privare produzioni importanti, quali quelle dei formaggi tipici e riconosciuti, di una base alimentare interamente tracciata e rintracciabile.

Pertanto, anche per le motivazioni specifiche qui di seguito meglio illustrate, AIS chiede che l’aiuto alle sementi continui a venire erogato in forma accoppiata alla produzione.

Le sementi certificate di riso

Le sementi certificate di riso si avvalgono del regime di aiuto a decorrere dal raccolto 1979. Fin dai primi anni ’90 l’aiuto è stato erogato in Italia limitandolo alla sola alla produzione certificata effettivamente utilizzata dai risicoltori o esportata, poi dal 1998 uno stabilizzatore finanziario è stato introdotto a livello comunitario.
La produzione di sementi certificate di riso è comunque passata in Italia da circa 17.000 t registrate nel 1978, alle circa 50.000 t degli anni 1984/85. Negli anni successivi è rimasta più o meno stabile. Una parte importante viene esportata negli altri paesi europei.

Il tasso di impiego di sementi certificate di riso è oggi superiore in Italia al 90% ed il loro utilizzo ha permesso di:

  • migliorare le rese e la qualità delle produzioni in campagna, ma anche a livello della trasformazione industriale;
  • controllare ed indirizzare la produzione, ad esempio ha consentito di introdurre e diversificare la produzione a favore delle varietà di riso “indica”, rispetto alle varietà di tipo “japonica”;
  • contenere la diffusione dei fenomeni di “riso crodo” o “grana rossa”, nonché di altre infestanti e patogeni nelle risaie, quale ad esempio il nematode Aphelenchoides besseyi.

Con il disaccoppiamento dell’aiuto per il seme di riso avremmo che:

  • il costo delle sementi aumenterebbe in modo considerevole ed il risicoltore – già colpito dalla contrazione dei prezzi garantiti e di intervento – ridurrebbe fortemente l’impiego di seme certificato. E’ facilmente prevedibile si possa ritornare alla situazione antecedende la concessione dell’aiuto, con un tasso di utilizzo di seme certificato di riso del solo 30%;
  • l’impiego di seme aziendale, ovvero di seme non certificato, limiterebbe la disponibilità di risorse per la ricerca ed il rinnovo varietale, così come favorirebbe lo sviluppo di situazioni fitosanitarie difficilmente controllabili;diverrebbe in breve molto più difficile sviluppare qualificate politiche di qualità e la filiera non sarebbe più in condizione di autodisciplinare le produzioni ed il mercato.

Le sementi certificate di foraggere

L’aiuto viene concesso alle sementi di foraggere dai primi anni ’70, per compensare gli agricoltori comunitari dei maggiori costi rispetto ai paesi terzi e quindi per garantire una minima produzione interna di qualità, evitando i rischi di instabilità dei mercati e delle produzioni internazionali.

Và peraltro considerato che, una volta prodotte, le sementi di foraggere hanno una sola destinazione, la semina, non avendo la possibilità alternativa di un utilizzo alimentare. Le foraggere, inoltre, sono sì la base fondamentale dell’alimentazione zootecnica e quindi delle relative filiere produttive, ma costituiscono anche importanti elementi per la salvaguardia ed il miglioramento dell’ambiente (limitazione erosioni, contenimento nitrati ecc..) .
L’evoluzione della produzione italiana di sementi di foraggere è stata positiva negli ultimi anni, beneficiando quindi del sistema di aiuto. La superficie complessiva che all’inizio degli anni ’90 si aggirava sui 15-16mila ettari, nel 1999 aveva superato i 31mila ettari. Successivamente c’è poi stata una certa contrazione.
In termini di entità, gli aiuti percepiti dall’Italia sulle sementi certificate sono passati in media da 9,5 milioni di € circa nel 1995 (di cui 6,5 per le sementi di riso), a 14 milioni di € circa nell’anno 2000 (di cui 7,3 per le sementi di riso).

Le conseguenze del disaccoppiamento dell’aiuto per la produzione sementiera di foraggere sarebbero analoghe a quelle del riso:

  • un aumento dei costi di produzione in Italia, un immediato aumento dei prezzi delle sementi per gli utilizzatori, la maggiore convenienza per le aziende sementiere di andare a produrre in altri paesi o incrementare le importazioni;
  • il rischio di conseguenza di una ulteriore delocalizzazione in altri paesi di produzioni caratteristiche ed importanti per vaste zone del nostro paese (l’erba medica nell’area padana, i trifogli mediterranei nelle aree centrali ed insulari ecc..)
  • in prospettiva, un minore impiego di sementi certificate, con il timore di un forte scadimento delle relative produzioni agricole. Inoltre, vanno considerate le ripercussioni negative a livello di ricerca varietale.

La produzione italiana di sementi di foraggere vede distinguersi due importanti settori, appunto quello dell’erba medica e quello dei trifogli mediterranei.

Il settore dell’erba medica è caratteristico della pianura padana ed è strettamente collegato ad importanti prodotti tipici, quali ad esempio il parmigiano-reggiano.
La forte preoccupazione delle aziende sementiere è che con il disaccoppiamento dell’aiuto, oltre ad una contrazione della produzione, le sementi ottenute non vengano poi sottoposte a certificazione ufficiale causa la mancanza dell’incentivo dell’aiuto. In tal modo si svilupperebbe un mercato fortemente irregolare, non facilmente controllabile, in cui il seme certificato e di qualità, appartenente a varietà migliorate, troverebbe poco spazio.
Il settore dei trifogli mediterranei (trifoglio alessandrino, trifoglio incarnato e trifoglio persico) ha visto negli ultimi anni aumentare fortemente la produzione, tanto che l’Italia è oggi in grado di soddisfare larga parte dei fabbisogni dei paesi europei.
Se il contributo venisse disaccoppiato, gran parte della produzione di questi tre trifogli si sposterebbe subito verso paesi più competitivi (Australia, Stati Uniti ed Egitto) ed assisteremmo ad un progressivo deterioramento della qualità della produzione sementiera, pure in questo caso spinta verso produzioni di risulta non certificate. Il mantenimento del contributo legato alla produzione è determinante per mantenere competitive anche queste produzioni sementiere nei confronti di altre colture quali in particolare i cereali ed il favino.

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Link utili

Sementi e aspetti fitosanitari
Position papers di ESA

ISTAT - distribuzione delle sementi, dati provinciali, regionali e nazionali dal 2003

Gazzetta Ufficiale Italiana

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

ESCAA - European Seed Certification Agencies Association. Brings together every seed certification bodies from European Union, European Economic Area (EEA) and European Free Trade Association (EFTA).

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